IL BILANCIO 2009 E IL PROGRAMMA 2010

6 marzo 2010

Si è concluso un 2009 che ha portato maggior consapevolezza e maggior responsabilità a tutti noi, come associazione e come famiglie.logo

 

La consapevolezza che la guarigione esiste, che esiste un percorso di guarigione, di miglioramento, di felicità possibile nonostante i sintomi del disagio mentale, nonostante la forza del male che affrontiamo.

 

La responsabilità di sapere che ognuno di noi deve fare il suo percorso di guarigione, che ognuno di noi può migliorare, nessuno può dare ad un altro la speranza che non ha.

E la speranza, è la base del percorso di guarigione di chiunque.

La speranza intesa non come illusione di ritorno al passato, ma come convinzione tenace di miglioramento giorno dopo giorno di tutti noi, famigliari e famiglie.

 

La consapevolezza che possiamo acquisire risorse per il nostro percorso di guarigione.

 

La responsabilità di agire per farlo: nel 2009 abbiamo attivato molti modi di avere maggiori risorse: dai gruppi di auto mutuo aiuto ai corsi di formazione in collaborazione con i servizi dell’usl a corsi auto gestiti.

 

La consapevolezza di essere importanti, come famiglie, rispetto ai nostri famigliari.266

E’ stato detto anche al recente incontro di Trieste: “l’effetto positivo delle famiglie vale quanto quello positivo dei medicinali”.

Sapere che possiamo fare la differenza nel percorso di guarigione dei nostri famigliari è fondamentale per passare dal sentirci “parte del problema” a sentirci “parte attiva della soluzione”.

 

La consapevolezza che per i servizi stessi siamo un riferimento e una risorsa, siamo loro partner nella produzione di salute mentale per i nostri famigliari e per la comunità.

 

Nel 2009 ci siamo presi la responsabilità di organizzare, in collaborazione con i servizi, un convegno su “comunicare la salute mentale”, un segno per fare passare una nuova cultura della salute mentale, che non riguarda pochi sfortunati, ma che riguarda tutti, in quanto esseri umani dotati di una mente.

 

La consapevolezza  rispetto al nostro ruolo di associazione, di gruppo di pressione sociale: le associazioni sono importanti per fare succedere quei cambiamenti che portano ad un modo migliore di fare salute mentale.

 

 

 

 

 

 

In funzione di questa maggior consapevolezza e responsabilità vogliamo impostare un 2010 principalmente su 3 linee guida:

 

La formazione delle famiglie:

per continuare a dare sempre maggiori supporti e risorse ai famigliari e renderli protagonisti di questo percorso di guarigione.

Continueremo con la formazione in collaborazione con il DSM, quella auto gestita, i gruppi di auto mutuo aiuto, gli incontri con persone che possano trasmetterci idee e strumenti di crescita e miglioramento.

(Abbiamo in cantiere varie idee tra cui incontri con ex-utenti che hanno completato la maggior parte del loro percorso di guarigione, incontri con altri gruppi di famiglie in altre zone d’Italia, ecc.)

 

La comunicazione e la crescita della nostra associazione:

sono due cose che viaggiano insieme: da un lato parlare sempre più e nei termini più efficaci, di salute mentale, dall’altra fare crescere gli associati al nostro gruppo.

Le famiglie vengono da noi tanto più, quante più risposte hanno da noi, tanto più quante più risorse trovano.

Vogliamo parlare di un nuovo modo di intendere la salute mentale ai giornali, alle radio, alle tv locali, nelle piazze, in tutti i posti dove ci sono persone, meglio se completamente a digiuno dell’argomento.

Stimoleremo il DSM per fare aumentare l’attività nel territorio, per aumentare l’ascolto e il peso delle persone con problemi di salute mentale, e il sostegno alle famiglie sempre nel territorio.

 

Il lavoro:

i nostri famigliari come molti oggigiorno soffrono della mancanza di un’occupazione, noi vogliamo essere parte attiva nell’affrontare questo problema.

Vogliamo attivare e sollecitare le autorità, i servizi, le cooperative e anche le imprese private.

Vogliamo trovare anche nuovi modi di intendere l’attività lavorativa, non solo in funzione del reddito percepito, ma anche e soprattutto in funzione del percorso di guarigione, attivando collaborazioni e percorsi che generino ruolo sociale, consapevolezza del valore di sé, realizzazione delle proprie potenzialità, anche in ambito di volontariato.

COMUNICARE LA SALUTE MENTALE

6 marzo 2010

Convegno Ravenna: COMUNICARE LA SALUTE MENTALE

dallo STIGMA alla CONSAPEVOLEZZA.

Si parla di STIGMA quando si mette un etichetta, un marchio di condanna sulle persone stesse.

Questo marchio fa si che nei loro confronti ci si comporti in modo discriminatorio e quindi non funzionale a cambiare gli schemi mentali che ne determinano lo stato psico-fisico.

Sì, perché la salute mentale è un problema di modi di pensare, di schemi di pensiero che nel tempo si sono “cristallizzati”, bloccati in una modalità che imprigiona le persone in stati d’animo e comportamenti conseguenti che non gli consentono di vivere felicemente.

Il percorso di liberazione dallo stigma (per le persone che lo subiscono) e dai pensieri che generano stigma (per chi questo stigma lo causa) è un percorso di consapevolezza.

Per CONSAPEVOLEZZA intendo diventare coscienti dei propri pensieri, delle nostre intime convinzioni che determinano un atteggiamento di condanna o che fanno subire negativamente un atteggiamento di stigma.

Rendersi conto che se pensiamo cose tipo:“è una malattia di famiglia” “non migliorerà mai”, “è fatto così”, “non c’è niente da fare”, “è incontrollabile e può essere pericoloso”, allora le nostre azioni, i nostri discorsi spingeranno, più o meno consapevolmente, la persona che ha problemi di salute mentale a sentirsi sempre più così, e cioè privo di risorse, di possibilità, di speranze.

Non solo: ma si sentirà non accettato dagli altri, si sentirà minacciato dal fatto che gli altri si comportano in modo non piacevole con lui e reagirà difendendosi, proteggendosi, alimentando quelle convinzioni di “dolore e malattia” che lo mantengono in quella situazione.

Questa è la spirale di dolore e malattia che tanti famigliari sperimentano direttamente sulla propria pelle, non conta quanto siano buone le intenzioni, il risultato spesso è un peggioramento progressivo della situazione di salute della persona con più difficoltà, ma anche della salute del famigliare “sano”, nonché delle relazioni tra loro.

Nel momento nel quale cominciamo a comunicare in modo diverso otteniamo risultati diversi: ci possiamo facilmente rendere conto che accettare le persone per come sono, sapendo valorizzare le loro grandi qualità e senza fare su di loro pressioni è frutto di un percorso diverso.

“Ma non è facile!”

Questa è l’obiezione che regolarmente viene fatta di fronte a questo nuovo modo di pensare e di agire.

Senza dubbio non è facile, senza dubbio viene più spontaneo evitare certi problemi se possiamo, scappare e difenderci, a nostra volta, dal problema malattia mentale.

Eppure questa cosa è proprio lì per noi, è il “nostro regalo”, non conta se siamo famigliari, se siamo operatori o se siamo il vicino di casa.

La salute mentale nella sua rappresentazione degenerata in malattia è lì per “mandarci in crisi”, per farci crescere.

Possiamo decidere di ignorarla, di fuggire alle domande che ci pone, rifiutando di provare la paura che genera in noi, usando lo stigma per distinguere noi da quel “mondo alieno”.

Questa scelta più o meno inconscia, finisce per produrre sentimenti di separazione, rigidità, paura, egoismo, sensi di colpa e giustificazioni.

Oppure possiamo decidere di usare questa paura per andare oltre, per riconoscere noi stessi in quella realtà che ci si para davanti, abbracciando il nostro essere più intimo, comprendendo che il mio vicino di casa potrei essere io, e aprendogli un sorriso di accettazione e di compassione.

La consapevolezza ci libera dalla nostra paura, ci rende capaci di elevarci ad un livello superiore, dove anche se non ho chiaro fino in fondo il meccanismo, riesco comunque a capire la sua ragione d’essere, quindi sviluppo e trasmetto sentimenti completamente diversi: solidarietà, comprensione, affetto, tenerezza.

Questi sentimenti determinano automaticamente comportamenti diversi che generano risultati diversi in me e nelle persone a cui sono diretti.

Riesco a capire che questo sistema si sostiene o si sgretola anche grazie al mio contributo, che può essere quindi di sostegno per le buone qualità che sono sempre presenti in ogni persona oppure per i suoi limiti.

Possiamo promuovere questo nuovo modo di pensare, questo nuovo paradigma, che cambierà il modo nel quale si sentono le persone, ma anche il modo nel quale vengono gestite le notizie riguardo la salute mentale.

Se non ci sarà più paura di confrontarsi con la malattia mentale non ci sarà più “l’effetto amplificatore” delle notizie riguardanti i “pazzi pericolosi”, e non ci sarà più motivo di veicolare quel tipo di informazione che alimenta la spirale della malattia e del dolore.

Sarà la nostra scelta quotidiana, ogni volta che ci capiterà di confrontarci con le manifestazioni di una mente con una salute peggiore della media, decidere da che parte del sistema vogliamo stare, e questa volta non avendo più la scusa della scelta inconsapevole.

Il ruolo delle famiglie nella promozione della salute mentale

3 dicembre 2009

Quando si parla di salute mentale già si è fatto un grosso passo avanti rispetto a ragionare di “malattia mentale” o “disagio psichico”. Credo che le parole che si usano per descrivere le cose diano la direzione nella quale si guarda e anche la capacità di assumere l’atteggiamento più funzionale ad affrontare l’argomento.logo

La salute mentale riguarda tutti, come la salute fisica.

E come la salute fisica appartiene a ciascuno di noi in gradi diversi, c’è chi è in “gran forma” e chi “sta benino”, e chi sta affrontando una malattia.

Promuovere la salute mentale significa anzitutto promuovere una cultura di salute mentale.

Il ruolo delle famiglie nel fare questo si muove in due direzioni principali: una verso l’esterno e una verso l’interno.

Promuovere la salute mentale verso l’esterno significa fare capire a chi ha strane idee al riguardo (o non ne ha affatto) che perdere la salute mentale può capitare a qualunque persona e in qualunque momento, è una cosa può essere affrontata, e la salute, in gradi diversi, può essere riconquistata.

Promuovere la salute mentale verso l’interno significa rendere consapevoli le famiglie del loro ruolo nella situazione difficile che stanno affrontando, e dare loro gli strumenti per poter agire il più efficacemente possibile.

Significa fare toccare con mano ai familiari che quello che fanno o non fanno in questo contesto può fare la differenza, significa farli diventare parte attiva nel percorso di guarigione.

E se vogliamo parlare di salute mentale dobbiamo avere il coraggio di parlare anche di percorso di guarigione, intendendo con ciò il cammino quotidiano volto al miglioramento continuo della situazione.

Questo include promuovere occasioni nelle quali le famiglie possono confrontarsi e, sentendosi comprese da altre persone in situazioni simili alle proprie, scambiare esperienze consolidando comportamenti sempre più efficaci (gruppi di auto mutuo aiuto).

Include anche un certo ruolo di sollecitazione e verifica rispetto alle istituzioni.

Il percorso di guarigione coinvolge le famiglie anche nel saper vedere nei servizi preziosi alleati con i quali confrontarsi e supportarsi a vicenda, in un cammino che non sempre procede diretto e spedito, ma che proprio per la sua difficoltà richiede da parte di tutti gli attori la massima attenzione.

 

 

E  spesso come la salute fisica tendiamo a darla “per scontata” salvo poi focalizzarci nella soluzione di “disfunzioni specifiche di salute” che chiamiamo spesso malattia.

Ci hanno spiegato molte cose sulle malattie fisiche e siamo in grado di “farcene una ragione”, ci sono i virus, le malattie ereditarie, le predisposizioni… accettiamo che ci si ammali prima o poi di qualcosa e che si curi una malattia.

Quando in una famiglia si presenta una situazione di “non salute mentale” diventa molto più difficile prima di tutto da accettare, la prima reazione è quella di voler sapere il perché, come se questo potesse automaticamente darci la soluzione.

Spesso si pensa che, come un virus, una volta individuato, si trovi “l’antivirus” e tutto torna a posto.

Spesso le famiglie si spaccano in accuse reciproche sulle “colpe” della situazione di “non salute”.

Spesso ci si arrabbia con i “dottori” che non trovano la “cura”.

Vogliamo capire il perché si è creata questa situazione e trovare il modo di curarla, come fosse una malattia fisica, come fosse un problema meccanico.

Spesso le famiglie si chiudono in questa fase di frustrazione e dolore, sentendosi impotenti di fronte al problema e “colpevoli” in qualche modo nei confronti della società.

Tutto questo non funziona.

Non funziona pensare che qualcun altro debba trovare la soluzione “meccanica” al problema, non funziona sentirsi in colpa, non funziona chiudersi nella propria sofferenza, non funziona “sacrificare la propria vita” al proprio famigliare (quasi ad espiare la responsabilità  di cui ci si sente investiti).

Cosa può fare una famiglia per promuovere la salute mentale?

Anzitutto parlare di salute mentale, capire che come la salute fisica ha diversi gradi di realizzazione e che non si passa da “sani” a “malati”, ma ci sono molti gradi intermedi di salute, e che questa cosa riguarda tutti.

Essere consapevoli che il fenomeno che si sta affrontando sia solo uno degli stadi di minor salute mentale possibile ma che si sta parlando di qualcosa che riguarda ogni singola persona vivente è uno dei passaggi più importanti da fare.

Sapere che si sta affrontando qualcosa che è normale, è alla base della vita, cioè una rappresentazione della salute mentale delle persone è fondamentale.

Non siamo persone a cui è capitata una disgrazia unica e disgiunta dalla “vita reale” ma siamo persone che sono al confronto con uno stadio estremo e particolare di salute mentale, la stessa salute che in misura diversa vivono tutte le persone intorno a noi.

Consapevoli di questo possiamo parlare serenamente di quello che ci sta succedendo, possiamo confrontarci tra noi, cercare altre famiglie che ancora non hanno capito, non hanno accettato la malattia, possiamo condividere con loro strumenti e approcci al problema che sono più efficaci.

  Paolo Svegli